Non si possono licenziare automaticamente i ‘furbetti del cartellino’.

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È quanto ha stabilito la Corte Costituzionale. Non si possono pertanto licenziare automaticamente

È quanto ha stabilito la Corte Costituzionale. Non si possono pertanto licenziare automaticamente i ‘furbetti del cartellino’.

I ‘furbetti del cartellino’, ovverosia quell’endemico sistema di coloro che lavorando nel sistema pubblico: Stato, Istituzioni, Regioni, Enti vari, Province e Comuni, tutelati come sono stati sempre dalla trasversale politica corrotta interiormente, dai sindacati e da certa avvocatura e giurisprudenza compiacente, si mettono preventivamente d’accordo tra colleghi e timbrano il cartellino per se e per gli altri compari di lavoro conniventi e assenti, per poi andarsene pure in giro a fare le proprie cose se non persino e notoriamente gestirsi altre attività di solito intestate a congiunti o parenti e senza lesinare prestazioni anche alla criminalità basta che paga anche se i soldi sono macchiati di droga, violenza e sangue.

Sembrava tuttavia essere agli sgoccioli questa deviata prassi nel sistema pubblico, grazie anche all’impegno delle Forze dell’Ordine che negli ultimi tempi con l’ausilio di nuove microtecnologie, di rilevamento del video e sonoro, sono riuscite a smascherare parecchi di questi gruppi (ma ancora e risaputamente solo la punta di un iceberg).

Tra l’altro il decreto legislativo n. 116/2016, o decreto di attuazione della riforma Madia

(Marianna Madia è stata Ministro senza portafoglio della Repubblica Italiana per la semplificazione e la pubblica amministrazione dal 12 dicembre 2016  al 31 maggio 2018 nel Governo Renzi e nel Governo Gentiloni)

contro i “furbetti del cartellino“, aveva stabilito in quali casi si può parlare di falsa attestazione della presenza in servizio e si può quindi procedere al licenziamento. Costituisce infatti secondo la norma, falsa attestazione di presenza non solo la manomissione delle apparecchiature per i badge e la pratica di far timbrare il cartellino da altri colleghi, ma più in generale “qualunque modalità fraudolenta posta in essere” per far risultare il dipendente in servizio o “trarre in inganno l’amministrazione” circa “il rispetto dell’orario di lavoro“. Con tale decreto è previsto che sono validi anche i licenziamenti anteriori al 2016. La Cassazione con sentenza n. 25750 del 14 dicembre 2017, ha infatti ritenuto che la riforma Madia, proprio perché volta al chiarimento e al rafforzamento della precedente legge contro la scarsa produttività e l’assenteismo, può essere considerata come base per interpretare anche la normativa anteriore al 2016.

Ma anche questa illusione di civile normalità nel sistema pubblico italiano è durata qualche anno.

Già la Cassazione aveva stabilito con sentenza n. 17355 del 25 agosto 2016 che deve escludersi la configurabilità in astratto di qualsivoglia automatismo nell’irrogazione di sanzioni disciplinari, specie laddove queste consistano nella massima sanzione, permanendo il sindacato giurisdizionale sulla proporzionalità della sanzione rispetto al fatto addebitato. La proporzionalità della sanzione disciplinare rispetto ai fatti commessi è, infatti, regola valida per tutto il diritto punitivo (sanzioni penali, amministrative ex L. n.689 dei 1981, ecc.), e risulta trasfusa per l’illecito disciplinare nell’art. 2106 c.c., con conseguente possibilità per il giudice di annullamento della sanzione “eccessiva”, proprio per il divieto di automatismi sanzionatori, non essendo, in definitiva, possibile introdurre, con legge o con contratto, sanzioni disciplinari automaticamente conseguenziali ad illeciti disciplinari.

Seppure va aggiunto che la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con sentenza 25 ottobre 2017, n. 25374, ha ritenuto licenziabile per giusta causa il lavoratore che timbra il cartellino presenze del collega assente, al fine di farlo risultare in servizio anche nei giorni di riposo. La condotta è disciplinarmente rilevante anche sotto il profilo dell’omessa segnalazione all’amministrazione delle anomalie di queste timbrature non corrispondenti al vero, nonostante il cartellino-orario fosse mensilmente consegnato allo scopo di controllarne la veridicità.

E ancora con sentenza n. 6174 del 1° marzo 2019, sempre la Suprema Corte ha affermato la legittimità di un licenziamento avvenuto a seguito di controlli effettuati dal datore di lavoro, attraverso una agenzia investigativa, e finalizzati a verificare il comportamento di un dipendente che si era assentato da proprio posto di lavoro, ripetutamente, senza timbrare il badge di uscita, risultando, di conseguenza, sempre presente. Tali controlli sono legittimi in quanto tendono a configurare anche ipotesi penalmente rilevanti con danni per il datore di lavoro e non integrano, assolutamente, il divieto derivante dagli articoli 2 e 3 della legge n. 300/1970 che riguardano l’adempimento della prestazione lavorativa.

Tuttavia il principio del non automatismo è stato ripreso l’anno passato dal Giudice del lavoro di Catania nell’ordinanza n. 15456 del 18-19 aprile 2019 che ha annullato il licenziamento disposto dal ministero della Giustizia nei confronti di un funzionario giudiziario già imputato in un procedimento penale per falsa attestazione della propria presenza in ufficio.

Adesso è arrivata la sentenza del 23 giugno 2020, n. 123 della Corte Costituzionale che esclude l’automaticità del licenziamento dei “furbetti del cartellino”. Sono infatti inammissibili le questioni di legittimità costituzionale – sollevate dal Tribunale di Vibo Valentia in riferimento agli artt. 3, primo comma, 4, primo comma, 24, primo comma, 35, primo comma, e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea – dell’art. 55-quater, comma 1, lett. a), del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165 («Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche»), inserito dall’art. 69, comma 1, del d.lgs. 27 ottobre 2009, n. 150 («Attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni»), nella parte in cui prevede che, in caso di falsa attestazione della presenza in servizio del pubblico dipendente, mediante alterazione dei sistemi di rilevamento o con altre modalità fraudolente, la sanzione disciplinare del licenziamento si applichi «comunque».

L’opinione.

Insomma, l’Italia continua ad essere, anche per conseguente interpretazione costituzionale, la Penisola dei ‘furbetti’, ‘furbacchioni’, ‘furbi’ e ‘furboni’ nel sistema pubblico-politico-giuridico-burocratico-professionale-sindacale-imprenditoriale-sociale. Il resto dei cittadini produttivi, lavoratori, privati e operosi, rimane di tutta evidenza una ‘mandria’ di ‘buoi’ che devono, per legge, dare latte, carni e pelli (le tasse o pizzo legalizzato) al fine di sostenere e garantire la perpetuazione del sistema. Questo fino a che ci saranno tasse da estorcere forzosamente e ci daranno i prestiti internazionali per mantenere tutti gli apparati e carrozzoni di Stato, Palazzi, Istituzioni, Regioni, Enti, Province e Comuni. Poi per chi è legittimamente credente, ma anche ragionevolmente per chi non lo è: solo Dio potrà salvarci.

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