I tesori nascosti di Capo Sant’Alessio

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Suggestiva immagine notturna del promontorio

Il tratto di costa attorno l’area di Capo Sant’Alessio è senza ombra di dubbio uno dei luoghi più affascinanti dell’intero territorio messinese. Fin dai tempi antichissimi Capo Sant’Alessio rappresentava l’unico promontorio a strapiombo sul mare presente lungo la fascia costiera ionica tra Messina e Taormina. Per questa ragione ha rivestito, e riveste tuttora, un ruolo importante dal punto di vista strategico. Tutti gli eserciti storicamente presenti in Sicilia hanno contribuito, in fasi successive, all’edificazione del castello sulla sua sommità. Basti pensare che già in epoca greca questo promontorio veniva chiamato Arghennon Akron (Argenteo Capo), a causa della colorazione argentata delle sue rocce dopo che vengono illuminate dal sole della mattina.

Conosciuto, ma anche temuto, per via delle secche affioranti e delle temutissime correnti marine e il moto ondoso ad esse associato, che si sviluppano su questi fondali irregolare (pieni di canyon e scalini). Chiunque voleva conquistare la Sicilia, dai romani agli arabi, doveva prima di tutto ergere una fortificazione a monte di esso. Difatti, non è un caso se furono i romani che costruirono la prima fortificazione. Durante la battaglia tra Ottaviano e Pompeo (36 a.C.), il castello avrebbe ospitato lo stesso Pompeo. Nell’atto di donazione con il quale Ruggero II di Sicilia, nel 1117, concesse le terre di Forza d’Agrò al monastero basiliano annesso alla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò, compare l’iscrizione “Scala Sancti Alexi” in riferimento al promontorio.

Durante il medioevo Forza d’Agrò fu centro di non secondaria importanza, e il territorio della odierna (e allora pressoché inesistente) Sant’Alessio vi apparteneva. Ma Capo Sant’Alessio oggi è conosciuto in tutta la Sicilia anche per un sito d’immersione, pieno di tesori e relitti di ogni genere. Proprio in questo specchio acque, negli anni 90, furono scoperti i relitti di due navi greco-romana che affondarono, probabilmente a seguito di una tempesta, nel tratto antistante il promontorio, con l’intero carico di anfore.
Successive spedizioni accertarono che il carico era costituito esclusivamente da piccole anfore vinarie, a fondo piano, fabbricate a Naxos di Sicilia e databili in età augustea (I secolo a. C.). Otto di queste sono state recuperate e al momento sono esposte nel Museo Archeologico di Naxos. Purtroppo solo i sub professionisti possono accedere ai siti d’immersione.

Suggestiva immagine notturna del promontorio

I relitti si trovano su un fondale di 70 metri, appena a nord-est della punta del Capo, a strapiombo sullo Ionio, spesso soggetto ad intense correnti che inaspriscono le difficoltà. Ma oltre ai tesori di archeologia marina sul promontorio, fra le varie insenature e le piccole grotte, una di queste è dotata di una meravigliosa microspiaggia,  sono presenti ottimi siti d’immersione per la pesca subacquea o per il semplice snorkeling. Lungo il promontorio nidificano varie specie di uccelli marini, fra cui la ghiandaia marina e una coppia di rarissimi esemplari di Hydrobates pelagicus, il famoso “uccello delle tempeste”.

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